Siria, la trappola retorica dei tweet di Trump



Il rischio è che il raid sia ora ritenuto inevitabile per non imbarazzare l’amministrazione e smentire il Presidente degli Stati Uniti.

Qualunque sia la reale capacità della rete di difesa aerea russo-siriana, non si capisce la ratio alla base della decisione del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump di annunciare chiaramente un raid missilistico. Per consuetudine il Dipartimento della Difesa statunitense non annuncia le potenziali azioni militari future così da mantenere l’effetto sorpresa e preservare la vita dei propri soldati. Oltre ad un incauto utilizzo dei social media nell’informare i russi di un apparente attacco missilistico in Siria, Trump ha ulteriormente confuso la questione suggerendo in un secondo tweet che potrebbe esserci una soluzione negoziata con Mosca dopo il pacchetto di restrizioni economiche del Dipartimento del Tesoro rivolto a mezza dozzina di oligarchi russi.

Poche ore fa la Casa Bianca ha dichiarato che “il Presidente continua a rivedere le opzioni per un attacco militare in Siria e che i suoi tweet non dovrebbero essere letti come un annuncio di azioni programmate. Riteniamo di avere una serie di opzioni ancora sul tavolo. Le decisioni finali non sono state prese”.

Il raid missilistico dello scorso anno ha chiaramente fallito nel suo impatto deterrente. Un’operazione simile sarebbe diversa? E che senso avrebbe intraprendere un’azione militare se non per soddisfare l’impulso di un’emozione? La possibile risposta militare ai macabri eventi di Douma stabilirà un precedente. Il mondo si aspetterà sempre un intervento militare USA in risposta a fatti analoghi, indipendentemente dal fatto che la situazione abbia un impatto diretto sulla sicurezza nazionale degli Stati Uniti. I tweet di Trump hanno creato una trappola retorica: il rischio è che l’attacco sia ora ritenuto inevitabile per non imbarazzare l’amministrazione e smentire il Presidente. Il Consiglio di Sicurezza Nazionale si è riunito ieri pomeriggio alla Casa Bianca per definire le opzioni d’attacco da presentare a Donald Trump: nulla è stato ancora deciso

L’infallibilità del Presidente degli Stati Uniti

Al comandante in capo dell’esercito degli Stati Uniti è richiesta moderazione, compostezza, giudizio, abilità diplomatica e percezione delle tecnologia in possesso delle fazioni da colpire. Requisiti che plasmano il concetto dell’infallibilità del comando conferita al Presidente degli Stati Uniti. Un piano d’attacco dipende da molteplici fattori in base agli effetti desiderati. Le forze disponibili ed appropriate devono confrontarsi con le minacce reali e stimate all’interno di una tempistica ottimale. Le considerazioni sul danno collaterale e gli specifici effetti delle armi desiderate che guideranno le opzioni offensive sono solo alcuni dei fattori che entrano in vigore nella progettazione degli attacchi. Le principali decisioni in materia di politica estera, specialmente quando potrebbero comportare l’utilizzo della forza militare, non possono essere prese esclusivamente sulla base delle emozioni umane.

La trappola retorica dei tweet di Trump

Perché annunciare un raid?

Il punto è proprio questo. Se gli Stati Uniti avessero già previsto un raid punitivo in risposta al presunto attacco chimico avvenuto nella città siriana di Douma, dopo il tweet di Trump l’intera strategia d’attacco potrebbe essere rivista in parte o del tutto. Tatticamente parlando non si capisce il motivo per cui si dovrebbe avvisare una fazione ostile da colpire. Quando si considera l’azione militare è importante riconoscere le variabili e le lacune di intelligence che complicano inevitabilmente il processo decisionale politico e militare. Il vantaggio degli Stati Uniti nella formazione, coordinamento e nelle attrezzature, non garantirebbe il successo della missione. C’è da capire, infine, il tipo di coinvolgimento militare degli Stati Uniti. Il mosaico siriano rappresenta il problema di base per gli Stati Uniti. Anche la migliore opzione offensiva innescherà inevitabilmente un’escalation in un conflitto di per se complicato e molto confuso. La Casa Bianca ha certamente diverse opzioni non militari contro la Siria, ma quella militare sembra essere la prescelta da Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna. Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti potrebbero essere coinvolti nella potenziale operazione militare.

Lo strategia che si sta delineando è la seguente: Mosca riceverebbe rassicurazioni e comunicazioni preventive sul raid che non intaccherebbe asset e personale russo. Il Cremlino, forte di queste rassicurazioni, non dovrebbe avventurarsi in una rappresaglia convenzionale (tatticamente sarebbe uno sbaglio considerando la risposta della NATO) contro quattro paesi (e se ne potrebbero aggiungere altri), tre dei quali nucleari. È una strategia molto pericolosa poiché si basa sulla stima della percezione russa. E’ opinione abbastanza condivisa che la Russia non si farà trascinare in una guerra termonucleare a protezione della Siria. E’ però un rischio che si basa sempre sulla percezione che diventa ordine esecutivo poichè ogni decisione è affidata all’infallibilità concessa al Presidente degli Stati Uniti.

Siria: le tre opzioni d’attacco

Prima opzione: colpire l’industria chimica

E’ stato il Presidente della Francia Emmanuel Macron a sostenere tale possibilità il 10 aprile scorso. Le basi aeree di Dumeir, Marj Ruhayyil e Mezzeh intorno a Damasco supportano l’offensiva nella Ghouta orientale. Tuttavia altre località potrebbero essere associate al presunto programma chimico della Siria. Sono sei i principali aeroporti siriani collegati al presunto arsenale chimico. Tradotto significa che gli Stati Uniti dovrebbero trasferire in posizione almeno una portaerei. Il Gruppo da Battaglia della portaerei USS Harry S. Truman è in navigazione da ieri verso il Medio Oriente. Tra una settimana sarà nel Mediterraneo. Più lunga sarà la campagna contro la Siria, maggiore sarà il rischio di colpire le forze russe nel paese.

Seconda opzione d’attacco: raid punitivo limitato

E’ probabilmente l’opzione meno rischiosa e quella che richiede il minor numero di risorse. Un raid punitivo limitato agli obiettivi del governo siriano avrebbe lo scopo di dimostrare la credibilità degli Stati Uniti e, potenzialmente scoraggiare un ulteriore utilizzo delle armi chimiche. Il raid missilistico sarebbe indirizzato verso le strutture di comando e controllo ed obiettivi di valore simbolico. L’attacco punitivo può essere di diversa entità, ma è sostanzialmente concepito per inviare un messaggio politico. Ad essere colpita sarebbe la leadership militare. Ad esempio potrebbe essere preso di mira l’aeroporto da cui è decollato l’aereo che avrebbe effettuato il presunto attacco chimico ed il quartier generale che ha ordinato l’operazione. Il raid punitivo limitato non è progettato in alcun modo per decapitare un governo. Ad oggi nessuno dell’amministrazione Trump ha espresso interesse nel rimuovere il regime di Assad con un attacco di decapitazione alla stregua di quanto avvenuto con Saddam Hussein in Iraq. Sarebbe opportuno rilevare che qualsiasi tentativo di cambiare gli equilibri politici in Siria, imporrebbe agli Stati Uniti un maggiore impegno militare. L’esito sarebbe comunque incerto ed in Iraq non c’erano i russi. In ogni caso, il Presidente siriano Bashar al Assad non sarebbe preso di mira poiché innescherebbe una guerra totale tra Stati Uniti e Siria.

Terza opzione d’attacco: operazione su vasta scala

La coalizione guidata dagli Stati Uniti potrebbero lanciare una campagna militare su vasta scala per degradare la presunta produzione di armi chimiche del governo. Si tratterebbe di una vera e propria campagna militare che prenderebbe di mira un’ampia rete di obiettivi con annesse difese associate. Ad essere colpita sarebbe l’intera architettura ritenuta connessa con il programma chimico della Siria: aviazione, missili balistici ed artiglieria. E’ uno scenario altamente improbabile poiché impegnerebbe Stati Uniti ed alleati in una guerra diretta e su vasta scala contro il governo di Assad. E’ un’opzione con ogni probabilità fuori discussione.

Siria: in rotta la portaerei Harry S. Truman

Il Gruppo da Battaglia della portaerei classe Nimitz USS Harry S. Truman è in navigazione da ieri verso il Medio Oriente. Tra una settimana sarà nel Mediterraneo. La Truman è scortata dall’incrociatore lanciamissili classe Ticonderoga USS Normandy (CG-60) e dalle cacciatorpediniere USS Bulkeley (DDG 84), USS Forrest Sherman (DDG-98) USS Farragut (DDG-99) della classe Arleigh Burke. Del Gruppo da Battaglia anche la capofila della classe USS Arleigh Burke (DDG-51). La Truman trasporta nove squadroni del Carrier Air Wing One. Le portaerei sono la massima espressione della potenza degli Stati Uniti nel globo. Rappresentano un’essenziale piattaforma nello scacchiare geopolitico della proiezione globale. Oltre al ruolo primario di piattaforma d’attacco, forniscono sostegno alle truppe sul campo di battaglia. La mobilità è la loro principale forza. Agendo da acque internazionali, gli Usa non hanno bisogno da alcuna autorizzazione per proiettare la propria potenza. Le portaerei possono operare soltanto in determinati contesti permissivi: praticamente ovunque poco dopo la guerra fredda. L’ascesa della superpotenze come la Cina e la Russia, ha richiesto delle distanze di sicurezza. Ciò significa una limitazione alla capacità di proiezione del potere nel globo e la rivisitazione della strategia aeronavale.

Nel Mediterraneo aumentano i sottomarini

Le cacciatorpediniere classe Arleigh Burke USS Donald Cook (DDG-75) e USS Nitze (DDG-94) sono in posizione d’attacco. Le due unità hanno una capacità complessiva di 192 missili Tomahawk. Il Tomahawk, attualmente nella versione Block IV, è la colonna portante dei sistemi d’arma di proiezione degli Stati Uniti fin dalla guerra del Goldo nel 1991. La testata da mille chili e la sua capacità di colpire bersagli a mille miglia di distanza, rende il Tomahawk il sistema d’arma di precisione tatticamente preferito dal Pentagono. Resta anche quello politicamente corretto. La rotta via mare non richiede un corridoio aereo autorizzato per lo stesso principio delle rotte circumpolari dei missili strategici. Tuttavia la vera forza d’attacco, qualora Trump autorizzasse un raid, sarebbe rappresentata dai sottomarini. Almeno un sottomarino a propulsione nucleare classe Ohio SSGN sarebbe già nel Mar Mediterraneo. Un sottomarino a propulsione nucleare classe Ohio SSGN potrebbe lanciare in immersione tutti i suoi 154 missili Tomahawk in soli sei minuti. Ad oggi la capacità Tomahawk degli Stati Uniti nel Mediterraneo è di 346 missili. Tale numero potrebbe triplicarsi la prossima settimana.

Se Trump optasse per una risposta militare in Siria (proprio in questo particolare contesto venutosi a creare), i Tomahawk verrebbero lanciati dalle profondità. Il motivo è semplice: i sottomarini possono avvicinarsi alle coste nemiche senza essere scoperti consentendo loro di colpire obiettivi nell’entroterra. Un gruppo da battaglia di superficie sarebbe esposto ai diversi asset russi schierati lungo la costa. I sottomarini a propulsione nucleare potrebbero lanciare l’intero carico prima di immergersi in profondità. Nel Mediterraneo anche i sottomarini inglesi della classe Trafalgar ed Astute armati con missili da crociera Tomahawk. Nel Mediterraneo Mosca potrebbe schierare l’intera flotta classe Varshavyanka della Flotta del Mar Nero.

Gli Stati Uniti potrebbero anche utilizzare le piattaforme di quinta generazione come il B-2 Spirit e l’F-22 Raptor per colpire obiettivi in Siria. La loro capacità di monitorare in tempo reale il contesto discriminando la minaccia potrebbe essere utile, ma sarebbe il primo confronto diretto con gli S-300V4 e gli S-400 schierati in Siria. Un distaccamento Raptor è attualmente schierato in Qatar. La base di Incirlik, in Turchia, infine, ospita attualmente un potente rischieramento di piattaforme tattiche statunitensi.

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Updated: 12 aprile 2018 — 12:55
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