Nello strampalato Pantheon M5s trova posto perfino De Gasperi



Luigi cita il fondatore della Dc. Ma è solo per convenienza politica

Roma Né Luigi Di Maio né Beppe Grillo, a quanto risulta, annoverano Otto Von Bismarck tra i propri ispiratori. Eppure dovrebbero: nessuna massima si adatta loro quanto «la politica è l’arte del possibile». Non solo per la incredibile scalata lampo al potere, ma anche per la metamorfosi continua del Movimento. Luigi Di Maio, ad esempio, ha appena compiuto la notevole impresa di mettere insieme Gandhi e Alcide De Gasperi. Il premier in pectore dei 5 stelle ha citato l’uomo simbolo della non violenza al momento di candidarsi: «Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci». Ieri, al culmine di un processo di trasformazione del Movimento da forza anti sistema a erede della Democrazia cristiana compiuto nell’arco di pochi mesi, ha infilato una citazione di De Gasperi: «Politica vuol dire realizzare».

Stupirsi di questo salto carpiato significherebbe non aver colto la natura più intima dell’M5s. La creatura di Grillo e Casaleggio è un movimento post ideologico che si basa soprattutto sulla capacità di interpretare gli umori dell’opinione pubblica in tempo reale, attraverso i sofisticati strumenti di monitoraggio del sentiment della Rete forniti dallo studio Casaleggio. La velocità nel cogliere i mutamenti del vento e adeguare l’offerta politica è il primo segreto del successo pentastellato. La base del Movimento, così come i suoi gruppi parlamentari, rispecchiano le divisioni tradizionali della società italiana, ma l’offerta politica va oltre, amalgama destra e sinistra e si adatta a seconda del momento. Significativo il video virale che monta in rapida sequenza le posizioni grilline sull’Europa: c’è tutto e il suo contrario.

Del resto un governo che cambia rotta a seconda dell’umore «popolare», qualunque cosa questo significhi, fu teorizzato da Gianroberto Casaleggio, vero guru del Movimento, in «Veni, vidi, web», sua ultima opera, che descrive una società in cui i corrotti sono messi alla gogna e le strade sono ornate da statue di Gandhi, retta un «leader interattivo» che realizza i desideri del «popolo» letti in tempo reale. A ispirare questa visione distopica un nutrito cast di pensatori più o meno apocalittici. C’è naturalmente Jean-Jacques Rousseau, cooptato come padre della democrazia diretta, ma anche Henry David Thoreau, il filosofo americano della disobbedienza civile e il monaco millenarista Gioacchino da Fiore.

Nel campo del diritto, nonostante qualche dissapore con Stefano Rodotà nei suoi ultimi anni di vita, le teorie dei beni comuni sono state centrali, anche se poi sull’acqua pubblica la pratica politica si è distaccata un bel po’ dalla teoria.

In economia, la cosiddetta Grillonomics esprime una fede sconfinata nella tecnologia, elevando a modello la sharing economy evocata come «Terza rivoluzione industriale» dall’economista Jeremy Rifkin. Meno in voga ultimamente invece, le teorie sulla decrescita felice che passano per Malthus e o scrittore Serge Latouche. Ma non si sa mai. Dipende da cosa «pensa» la Rete.

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Updated: 13 marzo 2018 — 18:27
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