L'arte del flop Sarà Maxxi ma è invisibile



È giovane, appena otto anni, eppure ne dimostra molti di più. Stiamo parlando del Maxxi, l’unico museo nazionale destinato all’arte contemporanea, anzi all’arte del ventunesimo secolo. Inaugurato a Roma nella tarda primavera del 2010, dopo un cantiere durato oltre un decennio, avrebbe dovuto inserirsi nell’elenco dei più importanti musei europei: il Pompidou a Parigi, La Tate Modern a Londra, il Guggenheim a Bilbao, il Louisiana nei pressi di Copenaghen. E, soprattutto, entrare nel circuito delle grandi mostre, che costano care ma garantiscono ottimi incassi, frutto di coproduzioni tra istituzioni.

Niente di tutto questo, invece. Negli ultimi anni il Maxxi è stato gestito come una Kunsthalle, ovvero quei piccoli musei tedeschi, agili e vivaci. A consultarne il sito spiccano gli eventi, le serate, workshop, proiezioni, presentazioni di libri, ma non c’è neppure una mostra di particolare rilievo, il che sarebbe indispensabile all’interno di una struttura che costa milioni di euro l’anno, presenta seri problemi di manutenzione e non riesce a fare il salto di qualità nonostante la forma spregiudicata dell’edificio di Zaha Hadid venga proposta come attrazione turistica.

La programmazione recente parla chiaro: il focus su Tel Aviv e la giovane arte israeliana, le personali di Piero Gilardi e Sisley Xhafa, le personali dei maestri fotografi Paolo Pellegrini (attualmente in corso), Letizia Battaglia, Luigi Ghirri. Negli altri musei europei sarebbero buone proposte di contorno, non certo l’attrazione principale. La collezione, molto meno interessante di quella esposta alla Galleria Nazionale, da sola non basta. Eppure l’articolato staff del Maxxi dovrebbe garantire ben altri risultati. Dal 2013 il direttore artistico è Hou Hanru, uno dei più famosi critici d’arte cinesi, formatosi a Parigi. A Roma non lo si vede quasi mai. Proprio per compensare l’assenza gli è stato affiancato Bartolomeo Pietromarchi dal 2016 responsabile del Maxxi arte. Finora non c’è stata una sola mostra che ne porti il segno, la poetica. Tanto al museo c’è un solo uomo al comando. Anzi una sola donna. Il Maxxi è il regno di Giovanna Melandri, ex deputata PD, ex ministro, nominata nel 2012 dall’allora collega Ornaghi (governo Enrico Letta) alla presidenza del Maxxi. Lo statuto della Fondazione recita che presidente e cda possono espletare due mandati di cinque anni ciascuno. Così Dario Franceschini, lo scorso gennaio, agli ultimi passaggi da ministro dei Beni culturali, ha riconfermato Melandri alla guida del museo, in sordina. Lo stipendio, intorno ai 91.500 euro annui, è un’eccezione tra le cariche culturali, tutte svolte gratuitamente: Melandri è riuscita a farsi pagare poiché il ministero ha riconosciuto il Maxxi come ente di ricerca (quale ricerca?) e il suo cda di sole donne le ha assegnato anche il ruolo di amministratore delegato. Se un così ampio potere servisse ad attribuire un’identità definitiva al Maxxi, non ci sarebbe poi troppo da eccepire. Ma il museo romano sembra entrato in un tunnel da dove è impossibile uscire.

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Updated: 10 novembre 2018 — 10:20
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