L’appello della mamma di Lello: «Una vendetta dietro l’assassinio»



Si rivolge a quanti hanno visto, a quanti erano presenti nove
giorni fa nella discoteca di Bagnoli e sabato scorso
all’esterno del circoletto di Miano. Poi si appella ad una
convinzione personale, maturata in queste ore di dolore, amarezza e
rabbia: «Mio figlio è stato ucciso per vendetta,
è stato vittima di un agguato organizzato in modo cinico nel
corso di una settimana intera».

Eccola Adelaide Porzio, la madre di Raffaele Perinelli, il 21enne
ammazzato sabato notte con una coltellata al petto, al termine di
una lite scoppiata con il 31enne Alfredo Galasso. Parla a fatica,
mastica dolore e rabbia, la donna costretta a prendere atto della
perdita di un figlio. Accanto alla sua amica Giada, cerca di fare
chiarezza sulla dinamica dell’assassinio del figlio, alla luce
delle notizie raccolte in queste ore, alla luce di informazioni che
– chiedono le due donne – siano chiare a tutti in vista del
processo a carico dell’assassino reo confesso. Giustizia e non
vendetta – è la sintesi estrema del colloquio –
purché sia giustizia esemplare e definitiva.
 

Signora Adelaide, perché parla di un agguato?
Perché usa la parola vendetta?

«Perché mio figlio aveva avuto la meglio nel corso di
un litigio avuto in discoteca sette giorni prima di essere
ammazzato. Un litigio in discoteca, dinanzi agli occhi di decine di
persone, al termine del quale il suo assassino aveva avuto la
peggio. Una cosa intollerabile per una certa logica criminale, per
chi non ha un minimo di cultura e per chi non ha un impegno con cui
intrattenere le proprie giornate».

Eppure la versione dei fatti deve essere ancora
approfondita, bisogna mettere a confronto le versioni messe agli
atti con eventuali video ricavati dalle telecamere della zona. Non
crede che sia precipitosa l’idea di un agguato?

«Nient’affatto. Non regge la tesi di Galasso secondo la
quale per una settimana ha avuto paura di incontrare mio
figlio».

A cosa fa riferimento?
«Se è vero che hai paura di essere aggredito non te ne
vai all’esterno di un circoletto dove sai che c’è
possibilità di incontrare mio figlio. E soprattutto quando
lo vedi scappi, vai via, fai di tutto per evitare una
colluttazione, insomma non te le vai a cercare. Per questo è
importante che qualcuno si faccia avanti e venga a raccontare cosa
ha visto, che venga a raccontare chi ha dato inizio
all’aggressione culminata nella morte di mio
figlio».

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Martedì 9 Ottobre 2018, 11:00
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Updated: 9 ottobre 2018 — 11:21
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