La Chiesa di Bergoglio e il rapporto tra Vaticano e periferie



La “Chiesa in uscita” di Papa Bergoglio sta universalizzando il messaggio delle periferie. Il rischio, però, è la fine della gerarchia ecclesiastica

La Chiesa come un enorme stato federale in cui le “periferie” hanno sempre più poteri e margini d’interpretazione a scapito del centralismo Vaticano. L’allarme, come spesso accade, è stato lanciato da chi sostiene che la Santa Sede voglia mettersi alle spalle tutti i passaggi antecedenti al Concilio Vaticano II.

Il cardinale Zen, oppositore di un eventuale accordo tra la Santa Sede e il governo cinese sulla nomina dei vescovi, ha sottolineato l’esistenza di un paradosso: attraverso questo video, il porporato ha evidenziato come il “centro”, che è rappresentato dal Vaticano, debba mantenere un ruolo centrale per assicurare le voci provenienti dalle “periferie”. La “Chiesa in uscita” di Papa Bergoglio, che vorrebbe aprire il più possibile alle realtà ecclesiastiche ed esistenziali più marginali, potrebbe finire per lasciare troppe libertà alle singole realtà nazionali. Tanto che alcune rimostranze, quelle provenienti dalle zone davvero periferiche come quella cinese, rischierebbero di restare inascoltate.

La questione è sia geopolitica sia dottrinale. Le diverse interpretazioni di Amoris Laetita hanno rappresentato un caso-simbolo. L’esortazione apostolica che apre alla comunione per i divorziati risposati, quella che i “tradizionalisti” sono soliti criticare, ha ribadito l’esistenza di una differenza di visioni: tedeschi conservatori “contro” tedeschi progressisti, vescovi kazaki “contro” vescovi italiani, linee guida dei vescovi argentini “contro” linee guida dei vescovi polacchi. Documenti, “correzioni”, “dubia”: un proliferare di testi scritti che ha in qualche modo costretto Papa Francesco a porre il sigillo sull’interpretazione più consona alla sua: quella dell’episcopato argentino. Ma lo “scontro” sulla dottrina resta aperto anche su altri temi.

In Germania, ad esempio, dove la Conferenza Episcopale ha aperto a due “svolte dottrinali”: la benedizione per le coppie omosessuali e l’accesso alla comunione per le cosiddette coppie miste, cioè per le persone di fede protestante sposate con i cattolici. Anche in questo caso si è sviluppata una frattura: I vescovi americani, tra gli altri, si sono espressi negativamente rispetto alla prima proposta e i cardinali “ratzingeriani” Mueller e Brandmueller hanno stroncato la seconda.

Chi è a dover decidere per tutti? La Congregazione per la Dottrina della Fede e, soprattutto, il Papa, che presiede “nella carità” su tutte le Chiese cattoliche del mondo. Secondo quanto scritto in questa analisi del Professor Roberto Pertici pubblicata sul blog di Sandro Magister, l’attuale situazione sarebbe alimentata dalla reductio del pontefice a mero vescovo di Roma. Un disegno che mirerebbe, tramite la destrutturazione della figura canonica del pontefice, a ricostruire l’unità con i protestanti all’interno di una “diversità riconciliata”. L’universalizzazione delle istanze provienti dalle periferie porterebbe con sè un rischio: la differenziazione delle recezioni dottrinali e degli “interessi” politici. Ecco, dunque, che la trasformazione in atto nella Chiesa cattolica si troverebbe dinanzi a un bivio: continuare a universalizzare quanto proviene dal margine o tornare a parlare con la sola e univoca voce del pontefice.

Il rischio, in definitiva, è quello del ritorno alle Chiese nazionali. Qualcuno è convinto che, sulla base del continuo richiamo al dialogo ecumenico, il cattolicesimo romano sia destinato a mettere in discussione le gerarchie ecclesiastiche e ad adagiarsi su Lutero. L’ennesima provocazione dei “tradizionalisti” o uno scenario concreto?

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Updated: 17 aprile 2018 — 18:04
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