Il #metoo un anno dopo il caso Weinstein. Ora il corteggiamento è impresa a rischio



La vita di relazione adesso prevede prudenze che pima erano impensabili

In principio di fu il serpente. Dunque, il peccato originale. Poi venne un altro animale, sempre strisciante ma più feroce e potente, Weinstein Harvey e la sua Company, e il peccato non fu, non è stato, non è e non sarà niente affatto originale. «Metoo», l’hashtag che ha cambiato il mondo nel brevissimo giro di un anno, dopo secoli di buio, di paura, di riverenza e sottomissione. Non è il caso di festeggiare, nemmeno di celebrare, semmai di riflettere su quello che non si era fatto prima e durante, nascosti nella nebbia schifosa dell’omertà, anche del terrore, la stessa che copre la mafia e i suoi attori, la stessa che evita l’accusa pesante, a un uomo, una donna, un padre, una madre, una persona comunque, evita, dicevo, la denuncia di aggressione, di molestie, di arroganza, fisica e morale, il coraggio di dire la verità.

La galanteria è stata soppiantata, era, a volte, una forma astuta di celare atti indegni, a un galantuomo (galantdonna non si usa dire e scrivere) certe cose vengono permesse, si indossano guanti bianchi sopra mani sporche. Il movimento (espressione forse un po’ forte ma ormai tutto è movimento per partito «perso») ha aperto il dibattito, ha tolto il coperchio della spazzatura, riguarda abusi sulle donne e violenze sugli uomini, spesso minori, ha travolto Hollywood, ha svergognato produttori e attori, ha tolto loro il lavoro oltre che la dignità, Spacey, Affleck, Damon, Crowe sono diventati uomini di copertina ma sbattuti in prima pagina per le loro azioni miserabili, non più per le loro interpretazioni da Oscar. Una rassegna di proposte indecenti e il fenomeno, se tale si possa definire, è emigrato non certo clandestinamente, è sconfinato in Europa (tenendosi alla larga dal mondo islamico là dove alla donna non verrebbe concesso nemmeno il «me» figuratevi il «too»), ha toccato addirittura il tempio del premio Nobel, a causa dei pruriti del consorte francese, monsieur Arnault, di una delle giurate e, così, per quest’anno niente riconoscimenti alla Letteratura (questa è violenza, alla cultura, alla sapienza e saggezza). Ha coinvolto lo sport e Cristiano Ronaldo è l’ultimo esempio. Ha riguardato la politica ma, è paradossale, ha trovato maggiori ostacoli e singolari appoggi proprio nel mondo delle istituzioni. Il caso di Brett Kavanaugh, giudice conservatore designato da Trump quale nuovo membro della Corte suprema, accusato da Christine Blasey Ford che ha ricordato le violenze subite ai tempi del liceo, conferma che la politica procede per altre strade rispetto alla giustizia, giustifica, esige accertamenti, finisce per assolvere. Il corteggiamento è diventato impresa a rischio, può essere interpretato come aggressione, molesto, se non c’è consenso allora è violenza. La vita di relazione prevede prudenze che prima erano impensabili, la malafede precede la buonafede, è saltato il principio cardine della giustizia, si è colpevoli fino a quando non si è mostrata la propria innocenza. Edmond Rostand non poteva immaginare che un bacio non sarebbe stato più l’apostrofo rosa tra le parole t’amo. Rostand ha trovato imprevedibili eredi nella controrivoluzione di cento donne francesi, tra le quali Catherine Deneuve, che hanno contestato l’hashtag balancetonporc, adattamento transalp-suino del metoo, accusandolo di puritanesimo e lanciando la richiesta di libertà di importunare nel nome della libertà sessuale. La Catherine «Bella di giorno» ha ritrattato a sera, travolta da critiche furibonde. Si annuncia, per il primo giorno di dicembre a Roma, una chiamata nazionale delle donne sul tema delle molestie e affinità varie. Presumo che, all’appello, debbano rispondere anche gli uomini. #Wetoo.

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Updated: 6 ottobre 2018 — 9:33
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