Il Grand Tour dei fiamminghi ospiti in Sicilia



Molti maestri nordici trovarono nell’isola committenze e ispirazioni

Una mostra impeccabile e sorprendente. «Sicilië, pittura fiamminga», sapientemente allestita in palazzo dei Normanni, sede della Assemblea siciliana, per iniziativa della Fondazione Federico II, con le cure di Patrizia Monterosso e Maria Elena Volpes, poteva apparire una mostra confezionata, con opere di diverse e varie provenienze, per compiacere un pubblico indirizzato a una visione superficiale ed edonistica, lontana da un approfondimento storico. E invece l’occasione è ancor più ghiotta, perché la selezione delle opere proposte ha un perimetro tutto siciliano, senza ricercare effetti speciali o i soli nomi dei grandi maestri. Le opere, spesso anonime, o in attesa di attribuzione certa, sono tutte provenienti da musei, chiese, conventi, collezioni private siciliani. Una grande chiamata, notevole non solo per documentare relazioni così fondamentali e determinanti da aver condotto alla miracolosa epifania di Antonello da Messina, ma anche per avere, fuori dalle ricerche specialistiche, iniziato un inventario delle preziose testimonianze degli artisti fiamminghi conservate in Sicilia, tra XV e XVII secolo.

Dalle pungenti testimonianze di anonimi come la Madonna col bambino del Museo regionale di Messina, contigua a Zanetto Bugatto, in una sola lingua che unisce nord e sud, alla meravigliosa Deposizione dalla croce di Colijn de Coter, di virtuosistica evidenza e di prodigiosa qualità, all’elegantissima Annunciazione, ispirata a Rogier van der Weyden, di un seguace del maestro della leggenda di Santa Lucia, è la qualità che guida la scelta, non meno esigente nelle eleganti e tese tavolette con San Rocco e Santa Caterina d’Alessandria, scomparti di un trittico, provenienti dal convento dei Cappuccini di Palermo, e certamente di un’educata e coltivata bottega, in stretto dialogo con la misura antonellesca.

Un vertice assoluto è rappresentato dal Trittico con Madonna con bambino del Mabuse, appartenente alla Galleria regionale di Palazzo Abatellis. Qui il giudizio è determinato dalla virtuosistica qualità della esecuzione, con l’incredibile macchina gotica del trono, aperta sul paesaggio terso e visionario. Mabuse va oltre Van Eyck e Antonello: vuole stupire, rendere prezioso il dipinto come un’opera di oreficeria, senza temerne il confronto. Tra i capolavori della pittura fiamminga in Italia. Lo schema del trittico, di cui sono più tenue eco il Trittico del Maestro dell’Adorazione Groote, dalla chiesa di San Francesco da Marsala, al Trittico con Deposizione dalla croce, vicino a Pieter Coeck van Aelst, al Trittico con Sacra Famiglia della bottega di Jan van Dornicke, cede il passo alle Madonnine della bottega di Joos van Cleve, il cui prototipo si ritrova nelle versioni, di alterna qualità, di Palermo (nel museo di Casa Professa), di Trapani e di Naso.

Ma il passo avanti nella direzione di un pieno manierismo è nella Maddalena di Jan van Scorel di palazzo Abatellis, derivata da quella di Amsterdam, supremo modello di sensibilità italiana e, in particolare, veneziana, in dialogo con Tiziano e Palma il Vecchio. Un’altra notevole strada è indicata dal retablo di San Giovanni Battista, riferito allo pseudo Blesius, attivo ad Anversa fino al 1520-25. Tutte opere assai poco viste e studiate. Più forte la rappresentanza del tardo manierismo, ampiamente documentata dall’Esaltazione della croce di Francesco di Castello, da Avola, nella chiesa di Santa Croce al convento dei Cappuccini, e dalla Circoncisione di Simone de Wobreck del 1580, dalla chiesa di San Domenico di Castelvetrano. È un’apparente stagione di tranquillità, con formule schematiche, artificiali, appena rielaborate nella baroccesca Adorazione dei pastori di Dirck Hendricksz, pittore attivo in meridione, tra Molise, Campania e Calabria, e noto come Teodoro D’Errico. Di qui si sfocia nel potente Seicento, sostenuto da almeno un capolavoro assoluto, la Morte di Catone di Matthias Stom (o Stomer), mentre la Morte di Seneca (anch’essa da Castello Ursino) appare derivativa.

Il caravaggismo si manifesta anche nelle dodici castigate teste di apostoli dalla chiesa del Collegio gesuitico di Trapani, ora al museo Pepoli, riferite al fiammingo Geronimo Gerardi, di cui conosciamo una bella pala d’altare, datata 1627, nella chiesa matrice di Ciminna. Gerardi mostra attenzione per Ribera e per gli artisti napoletani, in particolare Stanzione e Cavallino, anche nella notevole Santa Caterina d’Alessandria da palazzo Abatellis, a lui riferita. Al mondo caravaggesco afferisce anche l’autore dei cinque sensi, provenienti dalla chiesa madre di Caccamo, dove è pure conservato un San Filippo Agricola di Stomer, e identificato con Jan van Houbracken di Anversa, che non pare però coincidere con l’autore della grande tela con il Rinvenimento dei corpi di San Placido e compagni, firmata e datata 1635, concepita per la chiesa di santa Maria dell’Arco a Messina, e ora nel museo nazionale della stessa città. Un altro gruppo di dipinti fa capo alla presenza di Anton van Dyck, arrivato a Palermo nel 1624 per dipingere il ritratto di Emanuele Filiberto di Savoia, vicerè di Sicilia, ora alla Dulwich Picture Gallery di Londra. Van Dyck concepì a Genova nel 1625 la pala con la Madonna del Rosario per l’oratorio di San Lorenzo. In mostra, dello stesso tempo è la piccola Crocifissione di palazzo Alliata di Villafranca. Di ambito vandickiano, derivata dalla Madonna con il bambino del Fitzwilliam Museum di Cambridge, è la Madonna con Bambino della ricca collezione Chiaromonte Bordonaro. Da quei modelli derivano la Santa Rosalia dalla chiesa di San Francesco Saverio a Palermo, molto vicina a Pietro Novelli, e circondata da una sontuosa ghirlanda floreale fiamminga. Il motivo è ripreso nella Immacolata dalla chiesa di San Giovanni Battista al Sacramento di Cinisi. Piuttosto napoletana che fiamminga appare la Sant’Agata dalla chiesa di Sant’Agata al Borgo di Catania. Il percorso si chiude con un San Francesco Saverio dinanzi alla Vergine, convenientemente attribuito a Gerard Seghers, da palazzo Abatellis, e con una Natura morta di Abraham Brueghel dal museo Pepoli di Trapani.

Una mostra ricca, varia e nutrita che documenta una parte del ricco patrimonio di arte fiamminga conservato in Sicilia. A Palermo, dopo la visita a Palazzo dei Normanni, sarà un’utile integrazione, su questa materia, la visita alla sala dei fiamminghi in palazzo Abatellis.

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Updated: 15 aprile 2018 — 14:38
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