Il dossier (segreto) della Ue su Gazprom «L'energia come arma contro l'Unione»



Prezzi usati per punire alcuni Paesi dell’Est. E Berlino ne traeva vantaggi

Il gas come arma politica. Il colosso energetico russo Gazprom usato come lunga mano del Cremlino e della sua politica estera. Per dividere l’Europa e fare pressione sui Paesi più deboli dell’Est. Con la Germania che chiude un occhio, avvantaggiata dalla politica di ricatto dei russi sulle risorse energetiche ai danni di altri Paesi europei. È un atto d’accusa pesante quello contenuto nella più lunga inchiesta della storia dell’Unione Europa (quattro anni di lavoro), inserita in un documento intitolato «Dichiarazione di intenti». Il report trapelato in queste ore, rilanciato dal quotidiano britannico Telegraph dopo essere stato diffuso segretamente ad alcuni europarlamentari, avrebbe dovuto rimanere confidenziale ma è ancora più esplosivo proprio perché redatto – era il 2015 – dalla Commissione europea.

Lungo 271 pagine, il dossier spiega come Gazprom in diverse occasioni abbia infranto la legislazione europea rendendosi protagonista di un «comportamento abusivo» con l’applicazione di «prezzi sleali» e garantendosi una indebita «posizione dominante». Un esempio fra tutti: la Polonia costretta ad acquistare il suo gas (che allora rappresentava il 64% del totale delle importazioni europee) a 350 dollari per mille metri cubi mentre contemporaneamente lo stesso gas veniva venduto alla Germania a 200 dollari (quasi la metà). E questo nonostante la distanza maggiore della Germania lungo il gasdotto transiberiano Yamal, che avrebbe dovuto comportare l’applicazione di un prezzo più alto. Una circostanza – dicono ora soprattutto i polacchi, i più critici perché i più bastonati da questa politica – che potrebbe spiegare perché l’Unione europea abbia deciso di adottare una linea morbida sull’inchiesta in cui Gazprom è accusata di posizione dominante e perché Bruxelles si stia muovendo per raggiungere un compromesso che rischia di chiudere la vicenda senza che il colosso energetico paghi alcuna multa.

A riprova dell’intreccio energetico sull’asse Mosca-Berlino, con ripercussioni sulla politica europea, c’è anche la storia dell’ex cancelliere Gerhard Schröder. Da tempo amico di Vladimir Putin, l’ex capo del governo tedesco è diventato l’anno scorso presidente del Consiglio di amministrazione dei supervisiori di Rosneft, la più grande compagnia petrolifera controllata dallo stato russo, oltre adoccupare anche la carica di presidente della commissione degli azionisti del Nord Stream AG, il gasdotto che dovrebbe essere raddoppiato grazie alle forniture di Gazprom. Il caso vuole che Schröder si sia opposto alle sanzioni anti-russe per l’annessione della Crimea, tanto da essere definito dal ministro degli Esteri ucraino, che ha chiesto sanzioni anche nei suoi confronti, «uno degli oligarchi chiave di Putin».

«Il documento mostra oltre ogni dubbio che Gazprom ha trasgredito le leggi europee mentre la Commissione europea sta per assolverlo», dice infuriato l’ex ministro polacco per l’Europa, il deputato Jacek-Saryusz-Wolski. «Il report dimostra che ci sono stati abusi sistematici di una posizione dominante da parte di Gazprom e che tutto ciò è stato fatto per motivi politici», ha spiegato l’esperto di legislazione energetica europea Alan Riley.

La vittima più sacrificata? La Bulgaria. La compagnia energetica di Stato, la Bulgarian Energy Holding (Beh) «non aveva altra possibilità che accettare le condizioni di scambio sleali» imposte dal colosso russo, si legge nel dossier (i cui dettagli sono stati però oscurati). Un sistema, insomma, che giocava sui prezzi premiando i Paesi amici e punendo gli altri. Con l’Unione europea che stava a guardare. Anzi peggio, accusa ora la Polonia: con la Germania che ha usato tutta la sua influenza per insabbiare i risultati dell’inchiesta e per raggiungere un accordo amichevole con Gazprom.

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Updated: 14 aprile 2018 — 9:47

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