I ricordi di Vito Grassi ​«Papà e lo scopone»



Due i punti fermi in casa Grassi: il pranzo domenicale e lo scopone scientifico. Un binomio imprescindibile, fosse agosto o gennaio non cambiava nulla, se non il menù e i campi di gioco. Una passione, anzi due, che finivano col condizionare la vita di tutta la famiglia, in particolare la sua. Quella del piccolo Vito – primo di cinque fratelli, sguardo vispo, bei lineamenti, sportivo fin da bambino, grande appassionato di calcio e di tennis, sempre pronto ad accompagnare papà ovunque, ma soprattutto a quei tornei. 

Di scopone?

«Esatto. Mio padre era un vero campione, forse uno dei migliori giocatori italiani, vinceva sempre e io mi incantavo a vederlo in azione. In assoluto silenzio, mi piazzavo alle sue spalle e seguivo ogni mossa».

Avrà imparato bene anche lei, allora.

«A furia di guardare, sì. Lui però era un fuoriclasse: alla fine di ogni mano sapeva perfettamente quali carte avessero gli altri giocatori. Mai avrei potuto raggiungere quei livelli, però vi assicuro che ancora me la cavo». 

Con un maestro come Lucio Grassi, c’è da crederle.

«Spesso si giocava pure tra noi ragazzi. Il martedì, ad esempio, era il giorno in cui papà e i suoi amici ci portavano con loro».

Serata con i figli.

«Le partite a carte erano anche un modo per stare insieme, adulti e ragazzi. Mentre i grandi giocavano in una stanza, noi eravamo in un’altra a far finta di essere dei campioni. Alla fine, giocavamo benino davvero, ricordo Paolo e Piero Navarro, Claudio Buonomo molto bravi. Che sfide, quanto ci siamo divertiti. Ma il momento più alto era il torneo a carte preparate che si organizzava all’ex Circolo della Stampa, in villa Comunale».

Cosa vuol dire a carte preparate?

«Una modalità di organizzazione delle partite in base alla quale la fortuna non contava più nulla: vincevano davvero solo i migliori, che naturalmente erano sempre gli stessi; ragion per cui, alla fine, nessuno voleva più giocare, visto che perdeva regolarmente».

Ogni tanto qualche partitella se la gioca ancora o no?

«Magari. Il problema è che mancano i compagni; trovassi qualcuno, ben volentieri».

Hanno paura di perdere, lo scopone è rischioso quando l’avversario è un ingegnere.

«Sarà per questo che contro papà non voleva giocare nessuno».

Due ingegneri in famiglia. Quando ha deciso di seguire le orme di suo padre?

«All’inizio, non è che fossi particolarmente convinto, mi sentivo un po’ condizionato dal fatto che tutti si aspettassero quella scelta. Oggi mi sento invece di doverli ringraziare».

Dalla laurea al lavoro in azienda, fino alla presidenza dell’Unione industriali di Napoli. Di strada ne ha fatta.

«Gli impegni sono tanti, comincio ad avere qualche difficoltà a seguire anche il mio lavoro».

La società di famiglia? 

«Non solo quella. Dal 2006 c’è anche la Grastim. Nata, guarda il caso, il 2 agosto, lo stesso giorno in cui mio padre fondò la Graded. E non solo: sempre il 2 agosto è nato il mio socio, Giuseppe Esposito. Le coincidenze numeriche mi hanno sempre affascinato».

Di che cosa si occupa la Grastim?

«È una energy service company, costruiamo e gestiamo impianti di cogenerazione ad alta efficienza energetica per il mercato dell’industria manifatturiera, capitalizzando nel privato il Dna di Graded».

Torniamo allo scopone. Anzi, al pranzo della domenica, altro must di casa Grassi.

«Genovese o ragù. E guai a chi non c’era».

A tavola tutti insieme?

«Fino a quando eravamo piccoli, poteva pure andare bene; i problemi seri cominciarono a sorgere man mano che crescevamo. La tabella di marcia di mio padre prevedeva il pranzo alle 13, non più tardi, perché alle 14 doveva andare all’ippodromo. Intorno a mezzogiorno, mia madre passava da una camera all’altra nel disperato tentativo di buttarci giù dal letto. Ma il sabato sera si usciva, la domenica mattina volevamo dormire e quel pranzo dell’una era terribile».

Dal letto, direttamente a tavola.

«Dal cuscino alla genovese, un trauma. I miei fratelli si sedevano a tavola per accontentare papà e poi tornavano a dormire».

Lei no?

«Andavo quasi sempre all’ippodromo con lui, le corse mi piacevano. C’è anche da dire che il sabato non facevo mai troppo tardi: la domenica mattina spesso mi allenavo e non potevo esagerare. A me, pranzare all’una, in linea di massima andava bene».

Poca mondanità, dunque. 

«Ho sempre fatto molto sport, calcio e tennis soprattutto. Anche con discreti risultati. Ricordo quando con Giovanni Betta, Francesco Orlandi, Pasquale Guarini, Giuliano Castaldo, Fernando Schiraldi, Benni Scarpellino e Marco Ferrara formammo la squadra del Tennis Paradiso, arrivammo in nazionale nei quarti di finale del tabellone della Coppa Italia».

Bella soddisfazione.

«Anche per il nostro mitico maestro Agostino Paesano, di cui ho un ricordo straordinario. Le sue erano vere e proprie lezioni di vita. Ci ha insegnato a gestire i cambiamenti, ci imponeva di modificare continuamente lo schema di gioco, con l’obiettivo di non farci mai cogliere impreparati. Da lui ho imparato che nella vita è sempre necessario avere un piano B».

Così sacrificava l’uscita del sabato sera in nome dello sport.

«Sì. Ragion per cui, peraltro, papà mi affidava mia sorella Titta che, contro la sua volontà, fino a quando non compì diciotto anni doveva uscire per forza con me. Per questione di orari, lei avrebbe preferito gli altri fratelli: con Vito, intorno a mezzanotte si era a casa. In ogni caso, crescendo si è abbondantemente rifatta».

L’unica donna di casa, insieme con sua madre. Famiglia tutta al maschile.

«Numericamente superiori, certo, ma la nostra casa – grazie anche al senso di ospitalità di mia madre Loletta – era sempre piena di giovani, amici e amiche, un via vai continuo. Il trionfo si aveva a Monte Faito, dove – con mamma, papà e i fratelli – si andava nei periodi di vacanza. Dai 12 ai 40 anni, i ricordi più belli sono lì. Il mio compleanno poi, il 24 agosto, diventava una vera e propria festa di paese: si stava tutti insieme, dai nonni ai nipoti più piccoli».

Un piccolo evento, insomma.

«Scherzando, si diceva che la mia festa rientrava nel cartellone dei programmi estivi di Monte Faito».

E le ragazze?

«Beh, devo ammettere che non mancavano. Fino a quando ho incontrato Stefania, quella che poi sarebbe diventata mia moglie. Stiamo felicemente insieme da 37 anni, me la presentò un mio caro amico andato via troppo presto: Maurizio Cicero, l’unico, vero rimpianto che ho».

 


Sabato 6 Ottobre 2018, 11:00 – Ultimo aggiornamento: 06-10-2018 13:50
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Updated: 6 ottobre 2018 — 14:46
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