Gli appetiti delle potenze nel paradiso del Polo Sud



Acqua, gas, pesce, risorse minerarie. Il tesoro oggi fa gola a tanti e mette in pericolo l’habitat

Al quarto piano del numero 757 in calle Maipù a Buenos Aires si trova una porta in legno scuro con un’insegna in ottone che recita: «Secretariat of Antarctic Treaty». Dentro, una decina d’impiegati. In questo ufficio di 120 metri quadri si gestiscono le questioni d’un continente grande due volte l’Australia, privo di un governo e regolato da un trattato in vigore dal 1961, siglato da 53 stati. «Si regge sulle vecchie buone intenzioni delle potenze quando decisero, negli anni della Guerra Fredda, di sospendere con un patto ogni rivendicazione territoriale e attività militare, così come ogni progetto di sfruttamento di ferro, carbone e cromo fino al 2048», dice Ann-Marie Brady, geo-politologa ed economista neozelandese dell’Università di Canterbury: «Ma è un trattato anacronistico, non adeguato a sanzionare chi lo vìola. E accade sempre più spesso su questioni commerciali, soprattutto pesca e turismo. Ma anche sul fronte strategico e militare». Come nell’Artide, anche in Antartide si aprono scenari inediti, perché gli equilibri mondiali sono diventati multi-polari, lo scioglimento dei ghiacci modifica la geografia, soprattutto perché ora si sa che pure quelle terre estreme e ghiacciate nel Sud del mondo contengono una cassaforte: l’Us Geological Survey stima riserve di petrolio e gas naturale tra i 36 e i 200 miliardi di barili. Senza dire che la regione intorno al Polo Sud è il più grande serbatoio d’acqua dolce del Pianeta. «Difficile prevedere quando scatterà la corsa, c’è molta fretta di accedere all’acqua. Il Sud Africa ad esempio sta pensando, come accaduto recentemente con una grave crisi idrica a Cape Town, di trasportare un iceberg dall’Antartide. Chi può impedirlo? Il Trattato non ha mai affrontato la questione della sovranità o dell’accesso alle risorse», spiega l’analista.

A chi appartiene l’Antartide? A nessuno e a tutti, dipende da come si guarda la partita. Le rivendicazioni risalgono agli inizi dell’Ottocento ancora nel 1923 Londra manifestò l’intenzione d’incorporare l’intero continente sotto la bandiera dell’Impero. Poi negli anni Cinquanta, Argentina, Australia, Cile, Francia, Nuova Zelanda, Norvegia e lo stesso Regno Unito hanno convenuto che fosse bandita qualsiasi attività militare e, in prospettiva, estrattiva. E che l’Antartide divenisse patrimonio comune per la ricerca. Quando si sono aggiunti Usa, Urss, Sud Africa, Giappone e Belgio, nel Trattato Antartico hanno fissato che le reciproche basi scientifiche potessero essere ispezionate su richiesta. E lo spirito di cooperazione ha sin qui prevalso. Prendiamo l’isola di San Giorgio, a 75 miglia dalla costa antartica e parte delle Shetland del Sud scoperte dagli inglesi nel 1819: rientra nel territorio britannico in Antartide ma è rivendicato anche dagli argentini e dai cileni. Tuttavia dal 1961, sospeso il contenzioso, una decina di Stati vi hanno installato basi di ricerca. Qui la Cina ha da poco terminato la costruzione della stazione Grande Muraglia, il suo quinto centro di ricerca antartico, in grado di ospitare 150 persone con tanto di campo di basket regolare. I cinesi, violando il protocollo, hanno usato la marina militare per il trasporto dei compound, non hanno atteso l’esito dello studio d’impatto ambientale da parte dell’Antarctic Treaty, e non accettano ispezioni, come hanno chiesto gli australiani, i quali sospettano che la base nasconda stazioni satellitari: «Alcune aree offrono condizioni uniche al mondo per l’intercettazione di segnali satellitari e per stabilire reti coperte di controllo e attivazione in remoto di armi strategiche», dice Klaus Dodds, professore di geopolitica alla Royal Holloway University di Londra.

Un ecosistema sotto attacco, minacciato dal riscaldamento, da obiettivi scientifico-strategici assai opachi, e da una crescente occupazione selvaggia di turisti: nell’ultima stagione (il nostro inverno) sono stati 51mila, il 17% in più rispetto all’anno precedente, con costi che vanno dai 10 ai 100mila dollari a persona. Secondo l’associazione dei tour operator antartici, ci sono 20 nuove navi da crociera polare in costruzione che si aggiungono alle 33 che già operano nella regione; ma la vera emergenza sono jet e yacht privati che accedono in zone proibite per fare sci estremo o ficcare il naso nell’intimità dei pinguini. Una delle conseguenze è anche quella d’aggravare l’inquinamento delle microplastiche, tanto che compagnie di crociera come l’Australis, autorizzata a navigare da 25 anni tra i ghiacciai e nei fiordi off limits di Capo Horn, promuove le proprie esplorazioni (con tanto di scienziati e fotografi naturalisti a bordo) definendole plastic-free, arrivando a eliminare 75mila bottiglie di plastica a stagione.

Nell’ultima riunione a Buenos Aires, un paio di settimane fa, si è regolato l’uso dei droni e disposto il restauro della baracca usata dalla spedizione di Ernest Shackleton cent’anni fa; ma nessuno ha osato sollevare la questione pesca, che rischia d’innescare contese pericolose. Le acque dell’oceano meridionale sono pescosissime e vengono sfruttate in modo industriale da Cina, Russia e Corea del Sud. Ma secondo un recente studio di Nature sono venti le nazioni che saccheggiano le acque antartiche per andarsene cariche soprattutto di krill – i micro-crostacei alla base della catena alimentare di pinguini e balene – e di toothfish, il pregiatissimo merluzzo australe, tanto di moda nei ristoranti stellati. «Le navi fabbrica usano le pompe e possono risucchiare anche 800 tonnellate di krill al giorno», dice la ricercatrice Cassandra Brooks, «nell’Oceano meridionale nel 2017 sono state pescate 300mila tonnellate di krill, destinato a essere trasformato in integratori Omega-3 e in mangime per l’acquacoltura. I pescherecci pirata superano di sei volte quelli legali».

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Updated: 5 ottobre 2018 — 18:35
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