Dietro lo stallo lo spettro del voto



Più i giorni passano e più lo scenario si va intricando, scivolando da una situazione di seppur complicata impasse a un vero e proprio stallo. Volendo utilizzare un cliché cinematografico, uno «stallo alla messicana», quello in cui tre persone si tengono sotto tiro a vicenda in modo che nessuno possa attaccare senza essere a sua volta attaccato. Una paralisi totale.

Da una parte, infatti, c’è Matteo Salvini che insiste per un governo di centrodestra senza il sostegno del Pd e in cui sia lui il premier. Dall’altra Luigi Di Maio che ribadisce di non essere disponibile né ad esecutivi istituzionali né tanto meno a dar vita ad una squadra di governo diversa da quella già presentata dai Cinque stelle. E in mezzo il Quirinale che continua con gli appelli alla «responsabilità di tutti», nella speranza di evitare un rapido show down verso nuove elezioni. Scenario, quest’ultimo, che al momento sembra decisamente il più quotato. D’altra parte, se tutti restano arroccati sulle loro posizioni o addirittura come è accaduto ieri si irrigidiscono ancor di più, sembra davvero difficile non tornare alle urne a breve, magari non a giugno ma già dopo l’estate.

Le ultime 24 ore sono andate esattamente in questo senso. Visto che i due vincitori di questa tornata elettorale Di Maio e Salvini hanno di fatto remato nella direzione opposta a due dei tre possibili scenari per evitare il voto. Il primo è quello di un governo a guida Cinque stelle con il sostegno del Pd (sempre che i dem decidano davvero di imbarcarsi in un viaggio che rischia di portarli verso l’estinzione). E Di Maio, giusto per rispondere alle timide aperture arrivate nelle ultime ore da un pezzo di Pd, ha pensato bene di attaccare a testa bassa il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, reo di «avvelenare i pozzi» perché ha detto che per l’Ue l’Italia è un «elemento di incertezza». Un’uscita non certo distensiva se, come dice, il leader grillino è davvero intenzionato a «fare un governo con chi ci sta».

Discorso simile e speculare vale per Salvini, che ieri da Strasburgo ha definito «inimmaginabile un esecutivo con Renzi, Gentiloni e Boschi» e ribadito la sua linea fortemente antieuropeista postando su Twitter una foto con Nigel Farage, il leader dell’Ukip protagonista della Brexit. Niente di nuovo, ci mancherebbe. Ma è chiaro che se davvero Salvini ambisce a dar vita ad un esecutivo di centrodestra che possa trovare sul fronte del Pd gli almeno 55 deputati e 30 senatori che servono per arrivare ad una maggioranza, sarebbe forse opportuno avere un approccio più conciliante. Anche il secondo possibile scenario, dunque, appare di difficile praticabilità.

In questo quadro, però, perde quota anche la terza ipotesi sul tavolo: un eventuale governo di scopo o del presidente, con tutti dentro. Hanno dato la loro disponibilità Forza Italia e il Pd, ma è da vedere se Lega e M5s faranno parte della partita. Più probabile, invece, che Salvini e Di Maio chiudano l’accordo per dividersi le presidenze delle Camere, Montecitorio al Carroccio e il Senato ai Cinque stelle. Magari per poi provare a rimettere mano alla legge elettorale prima che si torni al voto. Il punto, però, è con quale governo, perché lo scenario di un Gentiloni che resta a Palazzo Chigi con l’astensione di Lega e M5s appare piuttosto improbabile.

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Updated: 14 marzo 2018 — 23:09
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